Il profumo di lei in un venerdì qualunque

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Il profumo di lei in un venerdì qualunque

Era un venerdì qualunque grigio e pieno di vento.

Aprii la porta di casa e scesi giù per le scale come facevo ogni mattina, gettai la spazzatura e andai in centro.

I volti della persone che incrociavo, sembravano osservarmi in modo strano, tuttavia cercai di non farci caso. Ad un tratto sentii un odore molto intenso: sembrava quello di un fiore, non riuscivo a capire quale.

Dopo qualche secondo svanì, intanto ero quasi arrivato in piazza. C’era una rappresentazione teatrale organizzata da ragazzi, erano in cerchio e cantavano in coro con la mani alzate.

Il vento soffiava forte, decisi di stare al chiuso e ne approffittai per mangiare un cornetto al bar di fronte. Chiesi alla barista se ne fosse rimasto uno al pistacchio, e lei rispose di sì con voce dimessa e stanca.

La osservai per qualche secondo, aveva gli occhi scavati, sembrava che non avesse dormito la notte prima. Presi il cornetto, pagai e mi sedetti al tavolo.

Dopo qualche minuto, sentii una mano sulla spalla, mi voltai e vidi che era lei. Aveva il volto sorridente e i suoi soliti occhi vispi.

Mi alzai e la salutai. Le chiesi come stava e lei rispose che stava bene. Mi fissava intensamente, ma non capivo cosa mi volesse dire con lo sguardo. Era passato tanto tempo ed avevo gettato la spugna sulla nostra relazione.

La invitai a sedersi, lei accettò e prese una caffè amaro come faceva sempre. Tolse la sciarpa di lana e la giacca, c’era un po’ di caldo all’interno del bar.

Le chiesi se avesse finito i suoi studi e mi disse che stava terminando la specializzazione. Aveva una nuovo tatuaggio sulla mano, era una rosa rossa. Improvvisamente ripensai a quell’odore che avevo sentito prima. Ne ero sicuro, era profumo di rosa, era profumo di lei.

Lei si accorse del mio sguardo sorpreso, e mi chiese: “A cosa stai pensando?”

Io risposi: “No, niente! Stavo pensando a quanti bei momenti abbiamo vissuto io e te”

Lei chiuse gli occhi e disse: “Si è vero, ci siamo divertirti!” Poi li riaprì e riprese a parlare: “Hai uno sguardo cupo adesso, ci pensi ancora?

Stetti in silenzio, poi le presi la mano e risposi: “Si, a volte ci penso”  

Riuscivo a sentire la sua pelle, la sua energia libera che non si lasciava mai catturare. Poi la lasciai di colpo, ebbi un attimo di distacco.

Lei si stupì e mi disse: “Sei cambiato, non l’avresti mai fatto qualche tempo fa”.

Io risposi: “Non so se sono cambiato, forse la mia barba è più grigia e il mio cuore è più saggio

Lei alzò le spalle dicendo: “Il cuore non è mai saggio, è sempre fuori controllo”.

Abbassai la testa e riconobbi che aveva ragione.

La osservai di nuovo, cercai di guardarle anche l’anima. Aveva un’ espressione malinconica, per quanto fosse ribelle al tempo stesso.

Improvvisamente ci interruppe un venditore ambulante di rose, mi misi a ridere, e borbottai: “Ancora le rose!”.

Non avevo voglia di parlare col venditore e sapevo che avrebbe insistito all’ infinito. Presi una rosa e lei sorrise dicendo: “E’ uguale al mio tatuaggio!”

Poi mi guardò e mi disse: “Devo portarti in un posto, l ‘ho scoperto da poco, devi vederlo!”

Io rimasi stupito e accettai in preda alla curiosità.

Si rimise la giacca e la sciarpa, poi mi prese la mano. Uscimmo dal bar e notai che era comparso il sole.

Mentre camminavamo, vidi un bambino che piangeva. La madre le comprò un gelato, per farlo smettere. Il bimbo aveva i capelli rossi e occhi azzurri, credo che mi rimase in mente per questa ragione.

Dopo aver proseguito sulla strada principale, svoltammo a destra dove c’era una salita ripida fatta di ciottoli.

Iniziammo a salire con passo sostenuto, lei saltellava e sembrava felice. Arrivati alla fine della salita, c’era una chiesa costruita in pietra, era piccola e con due alberi ai lati.

Girammo attorno alla chiesa, c’era un cancello sul retro. Le chiesi se potevamo accedervi e lei mi rassicurò dicendomi di non preoccuparmi.

Scendemmo le scale e mi trovai di fronte a una galleria, c’era poca luce ma si riusciva a vedere qualcosa in fondo. Entrammo dentro di essa e mi chiese: “Ti piace?”

C’era una fontana, al centro c’erano un ragazzo ed una ragazza che si baciavano, un getto d’ acqua passava in mezzo ai loro corpi.

Lei si fece seria e mi disse: “Capisci perchè ti ho portato qui”?

Io la guardai attonito e risposi: “Sì, ora ho capito”.

Poi ritornai scuro in volto e le chiesi: “Perchè sei scappata? Non riesco a capire perchè lo hai fatto?

Lei ebbe un sussulto come se mi volesse colpire, poi si fermò e mi rispose: “Tu mi volevi, ma non sarebbe andata bene e poi avevo paura…”

Io incalzai dicendo: “Paura di cosa? Non ti ho mai fatto nessuna pressione”

Lei sbottò: “Avevo paura di me stessa, paura di amarti!”

Mi accorsi che le scese una lacrima, si voltò di colpo e mi diede le spalle, dicendomi con voce trattenuta:

“Sono dovuta scappare, non riuscivo a controllarti e non mi piaceva”.

Io le dissi con voce ferma: “Come hai detto prima, il cuore è fuori controllo, devi lasciarlo fare

Mi guardò smarrita per svariati secondi, poi si avvicinò e mi baciò. Le sue labbra avevano ancora lo stesso sapore, non lo avevo mai scordato. Le accarezzai i capelli e il mento, la sentivo con tutti i sensi come tanto tempo fa.

Le presi le mani e la strinsi forte a me, lei iniziò a piangere:

Mi sei mancato ma non l’ho mai ammesso a me stessa! Lo sto capendo solo ora, ti odio per questo! Ho sempre avuto la certezza di poter star da sola“.

Io le dissi: “Nessuno ha certezze, una vita certa sarebbe noiosa, vivere significa rischiare”.

Lei si voltò di nuovo e disse: “Vedi, io credo che due persone possano piacersi, ma serve un limite, come quel getto d’acqua che separa la coppia della fontana”.

La presi con decisione e la guardai sussurandole: “Non posso fare a meno di te” e la baciai in un modo che non avevo mai fatto.

Lei si mise a tremare e disse: “Promettimi che non mi ferirai!”

Io le risposi sorridendo: “Promesso, però devi fidarti, non avere più queste paure”.

Uscimmo dalla galleria e il sole stava tramontando. Il tempo era passato così velocemente, che mi sembrava di aver viaggiato nel tempo.

Lei mi chiese di guardare il tramonto e ci sedemmo sugli scalini della chiesa. Si tolse gli stivali per stare più comoda, si appoggiò su di me e chiuse gli occhi.

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